mercoledì 10 novembre 2010

Tutti zitti, tutti buoni

Sono stata una purista della visione cinematografica.

Infastidita dagli sgranocchiatori di pop corn (a cui dovrebbe essere consentito di sgranocchiare solo nelle scene d’azione quando il volume è talmente alto che non disturbano gli altri).

Infastidita da quelli che non spengono il cellulare e questo gli squilla. Mi ricordano che c’è un mondo fuori, che sono seduta in una sala e non in piedi su un cornicione con il cattivo che mi sta dando la caccia, patisco il jetlag di uscire istantaneamente dal grande schermo a causa di una suoneria idiota.

(A. lo è più di me, ha tentennato sulla pena capitale pensando che ci sono persone che rispondono al cellulare ma alla fine la sua umanità ha prevalso.)

Infastidita dai commentatori. Quelli che fanno la radiocronaca di quanto sta accadendo, quelli che non capiscono quanto sta accadendo e chiedono all’amico/a, fidanzato/a di illuminarli, quelli che sentono l’esigenza insopprimibile di esprimere la loro disapprovazione o il loro entusiasmo (questi ultimi un po’ li perdòno perché la passione è così rara di questi tempi).

Poi la vita (leggi la maternità) mi ha portato a essere un tantino più tollerante.

Non spengo più il cellulare perché se c’è un’emergenza e i nonni o la babysitter devono avvisarmi?
(Però non mi ha mai squillato, attivo la vibrazione e me lo tengo sulle ginocchia. Non sgarro mai, so che c’è A. seduto nel posto accanto e che rischio il divorzio).

E riguardo ai commentatori, a volte uno dei più vivaci è seduto sulle mie gambe. Soprattutto durante i primi film che ha visto, il puffo era meglio di uno speaker e inoltre dichiarava a tutti le sue grandi aspettative sul cattivo.

Comunque, un cartone è un cartone. Il film è un’altra roba. Il dialogo è sacro.


Ma leggendo, in una raccolta di articoli di Gianni Amelio sul cinema, un pezzo dedicato a Jacques Tati, trovo una piccola lezione.


Quando uscì Playtime, il suo film più costoso, Tati si disse contento se il pubblico commentava a voce alta. Chi se ne importa, del dialogo, meglio che qualcosa li sorprenda a tal punto da strappargli un commento, un’osservazione, un’esclamazione.


È vero che non siamo dalle parti di alcuni dialoghi memorabili (Tarantino su tutti), ma Tati mi ricorda una verità: se un vero cinefilo potesse salvare una sola cosa, questa sarebbe l’immagine.

2 commenti:

  1. E pensare che c'è gente che ci mette una vita a capire quant'è importante l'immagine e, soprattutto, l'azione... ;-))

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  2. sei stata un'allieva molto recettiva! non mi lamento di aver dovuto ripetere qualcosa ogni tanto.. ;))

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