Il tavolo è loro. Là sopra si riuniscono, stringono mani e affari, sorridono insinceri. Sotto il tavolo è il nostro posto, il posto di noi che a quest'ora dovremmo essere già a letto.
martedì 12 ottobre 2010
Sotto un grande albero
Ieri sono andata a trovare S.
Al fioraio ho detto: “Vado a trovare una signora che non sta bene. Vorrei una pianta colorata, allegra.”
Avrei dovuto dire: “Non sto tanto bene, vado a trovare S. Porto una pianta, quale?”
Perché è vero che S. sta facendo la chemioterapia ed è vero che non può muovere bene le gambe.
Ma tu che puoi correre a piedi o in macchina, che puoi fare la spesa, sport, andare al parco, andare alla posta o al lavoro, a quelle cose spesso rimani inchiodato. Lei è libera. Va lontano.
La sua terapia è una cosa di cui parliamo in mezzo alle altre, non è la prima e non è l’ultima. Parliamo di indiani d’america, di sua figlia quand’era piccola come D., di caffè, di equilibrio, di attacchi di panico, di tamburi, di determinazione, di autostima, di Gesù Cristo, di perfezionismo, di oscurità fondamentale, dei lavori che non mi hanno pagato, dei mormoni, del film di A., dei nonni, del nostro buddismo, della mia fede ancora debole (e io che pensavo di stare andando alla grande!).
La pianta (alla fine ho comprato una kalanchoa dai fiori rosso corallo) le piace e mi è andata bene: “mi regalano sempre piante che non mi piacciono”.
S. è ruvida e morbida insieme.
La seconda volta che l’ho incontrata, mi ha detto “I romani non li sopporto tanto”.
Però, dopo un meeting buddista in cui mi ha visto piangere, mi ha scritto un sms in tarda serata: “Sei molto sensibile. Rimani così. La sensibilità se usata con il daimoku tocca il cuore delle persone. Mi ha fatto piacere vederti".
Accanto a S. provi una sensazione strana. L'ho raccontato ad A. Anche lui sente lo stesso. Senti la vita scorrere. E la cosa non ti crea angoscia, non ti senti in ritardo su tutto. Ti senti come se fossi seduto in un posto ombreggiato, a guardare l'acqua.
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