martedì 1 febbraio 2011

A presto



Il blog chiude. E' arrivato il momento di fare altro.
E' stata una bella tappa. Ringrazio i miei lettori assidui e quelli occasionali.
Il video è un invito per tutti noi a ricercare sempre l'autenticità.
A presto.

lunedì 24 gennaio 2011

Di pianoforti, tappeti e pive nel sacco

F. e M. non se la passano proprio bene.
La parola "crisi", sulla bocca di tutti quasi come un intercalare, per loro ha un significato ben preciso. Questo significato è un'immagine. Lo scomparto del portafoglio dedicato alle banconote vuoto, non sempre a fine mese.
F. e M. vivono da sole, ognuna nella sua casa. Lavorano a stipendio ridotto, ma possono dirsi ancora fortunate perché certi colleghi non lavorano più.
Un giorno, all'unisono, ognuna nella sua casa e ognuna immersa nelle sue elucubrazioni, sono folgorate da quella che sembra una soluzione.
Non la Soluzione, ma una soluzione per tirare un po' il fiato, per mettere qualcosa in banca.
F. pensa di vendere il tappeto che le ha regalato la sua prozia. Non è troppo antico, ma è pregiato (almeno così disse la prozia) ed è ben tenuto.
M. pensa di vendere il pianoforte che tecnicamente è ancora a casa dei suoi ma di fatto appartiene a lei. Non è un pianoforte a coda ma è un bel pianoforte, in buono stato ed è tedesco.
Entrambe concludono che, male che vada, avranno duemila euro in cambio.
Il titolare del più prestigioso negozio di pianoforti della città dice a M:
"Duecento euro".
Duecento euro!!! Ma è tedesco!
"Spiacente, i migliori pianoforti sono quelli che provengono dalla Repubblica Ceca. Duecento euro o niente."

Ad F. va anche peggio perché il venditore arabo di tappeti in centro, un uomo dal bell'aspetto e dal bell'eloquio condito con accento esotico, trattiene il tappeto in conto vendita e le chiede cinquanta euro per il lavaggio.

sabato 22 gennaio 2011

Ho perso l'orologio.
Il cellulare, il cordless, il lettore dvd, il display del forno e quello dell'automobile danno cinque orari diversi.
Li regolo tutti sull'ora del cordless perché coincide con quello che mi dice un'amica guardando il suo orologio.

L'avrà regolato con la tv o con il segnale orario della radio.
E come si regolano la tv e la radio?
Chi regola il Grande orologio capo del mondo?
Chi decide che ora è adesso?

venerdì 21 gennaio 2011

Away we go, forse

- E se andassimo in Nuova Zelanda?
- Ci dobbiamo dare dentro a imparare bene l'inglese...
- Eh, sì. Certo si tratterebbe di cambiare proprio tutto. Ma se invece andassimo in un'isola sperduta e anonima di questo emisfero, chessò...
- Un'isola? Ma se te l'ho detto io e tu mi hai detto no perché poi D. cresce fuori dal mondo...
- Guarda, se il mondo è questo magari ne rimanesse fuori... In realtà io ti ho parlato del sentimento della deprivazione relativa. Cioè, anche se D. sarà felice, un giorno scoprirà che altrove ci sono tante cose che non conosce, le penserà come occasioni perdute e diventerà infelice.
- Andiamo in un posto dove non c'è Internet. Che nessuno gli parli mai del mondo.
Sorridiamo. Pensiamo tutti e due a "The village".
- Vabbè, ne riparliamo, ok?
- Ok, buonanotte.

Io e A. non riusciamo a dormire.
A vivere in questo paese ci viene la nausea, l'insonnia, l'acidità.
Oggi mi fa tristezza pure l'intervento di Travaglio o le vignette di Vauro che mi racconta un amico. Non cambierà niente. Tutti sono indignati. O meglio, alcuni sono indignati, altri invidiosi. E tutto rimane com'è.
E non c'entra solo il Presidente del Consiglio. Certo, la punta dell'iceberg è lui.
Ma in questo gran puttanaio le figure di rilievo sono anche le Maria De filippi, le Barbara D'Urso, i tronisti, le veline, le prostitute d'alto bordo, i Fabrizio Corona, le vallette delle televendite.
Sono loro che impoveriscono la vita, la rendono piccola cosa. Triturano la dignità dell'essere umano per farne fard da spalmare sulle guance agli ospiti. L'amore non è più tale, è una scelta tra prodotti.
L'amicizia è coprire le malefatte, ottenere favori o farne.
Gente che sembra uscita da un incubo di Stefano Benni.
La fantasia non riesce a stare dietro alla realtà.

Ma in questo paese non esistevano persone come Pasolini, Petri, Fortini, Bianciardi, Calvino, Berlinguer, Sereni?
Com'è successo che negli anni '70 l'Italia era ancora un paese vivo e negli anni '80 era un paese di gente pronta a dimenticare tutto per guardare le scollature di Drive In?
E noi dove eravamo?

giovedì 20 gennaio 2011

Non solo in America



Non accade solo in America, ma in tutto il pianeta immagino. O quanto meno, anche in Italia.
Il fatto di diventare genitori scatena nell'ambiente circostante una serie di pulsioni da scriverci un saggio, magari due. Come disse un'amica di mia madre: "Se la mia non-maternità era questione nazionale, la mia maternità divenne questione internazionale."

Un bimbo in arrivo è un catalizzatore di sentimenti. E' una vita nuova di zecca, ogni persona che incontri ha da dire la sua. (A volte non dice nulla, fugge lontano e questo è l'amico single incallito, fiero di non essere padre, attaccato alla sua libertà come un koala a un albero e l'esempio non è casuale perché la cosa a cui più tiene è proprio quella pigrizia, quelle beate ore di sonno a cui non è pronto a rinunciare.)

Burt e Verona, i protagonisti di "Away we go", vanno in cerca di qualcuno con cui condividere la gioia e la fatica di diventare genitori, di un posto in cui compiere la metamorfosi: da coppia a famiglia.
Tra tre mesi nascerà la loro bambina.
Un po' spaesati, cercano un modello di riferimento a cui ispirarsi. E non ne trovano. Ognuno degli amici che incontrano si è aggrappato a una formula a cui cerca di convertire i nostri due. Oppure vive la sua solitudine e il fallimento.
C'è la coppia disillusa, cruda nel descrivere la vita familiare e volgare tanto da cercare di rovinare quella degli altri. I figli sono violati senza scrupoli nella loro intimità (e pensare che qualche anno anno prima  erano anche loro dei neonati venerati da tutti).
C'è l'amica new age che combatte contro l'uso dei passeggini ("noi non spingiamo lontano da noi i nostri bambini") e li allatta fino a un'età improbabile.
C'è la coppia proprio come piace a loro, che convive però con un grande dolore.
C'è una mamma che se n'è appena andata di casa, ha lasciato il marito e una bambina a cui la verità non è ancora stata detta ma è lì che pende come una minaccia su di lei che sta per addormentarsi in un lettino pieno di peluche e giochi.
E poi c'è una casa vecchia, abbandonata, con ananas e altra frutta di plastica a pendere dagli alberi. Una casa da cui si vede il lago. Una casa da cui partire per andare lontano.

Sam Mendes si lascia alle spalle la fotografia perfetta di "American Beauty", il canone classico di "Revolutionary road" e, affidandosi alla sceneggiatura di Dave Eggers e Vendela Vida (compagni di vita e genitori), mette a segno l'ennesima pellicola da non perdere.

martedì 18 gennaio 2011

Tre anni!

Funziona così. C'è sempre qualcosa di bello che ti aspetta dove non penseresti.
L'asilo che in autunno inoltrato era diventato un posto inviso, dopo le vacanze natalizie è tornato nei nostri favori.
Nella settimana del rientro D. ha festeggiato a scuola il suo compleanno perché cade durante le vacanze - anzi, ha fatto una "festicciola con gli amici" come dice lui.
E' tornato a casa molto contento. Canticchiava "Tu gli piaci ciuf! ciuf!" sulle note di Tanti auguri a te. E suggeriva scenari di trenini dell'amore, come nei luna park di un tempo, e prime cotte.
Qualche ora dopo aggiungeva un motivetto "Perché è un bravo ragazzo, perché è un bravo ragazzo nessuno lo può legar!" inneggiando così a uno dei principi cardine della giustizia: la libertà per tutte le persone corrette. (e la detenzione per chi sgarra. Se vi sembra scontato, non avete letto i quotidiani da un po' di tempo a questa parte).
Degna di nota è anche la canzone di Mary Poppins che, nella sua interpretazione, è diventata un mantra per allontanare ogni malattia e soprattutto ogni medicina: "Basta un poco di zucchero e la pillola è laggiù, la pillola è laggiù...".
Insomma la festa è stata un successo con un unico neo. Le torte che abbiamo portato non gli sono piaciute. "Mamma, erano brutte!"
Nella sua vocina leggo una nota di biasimo: mamma perché non hai fatto di nuovo la torta di spiderman con la panna? Perché mi hai fatto fare questa brutta figura proprio a scuola?
Vagli a spiegare che erano crostate confezionate perché a scuola c'è un regolamento che vieta di portare dolci fatti in casa. Sono ammessi solo dolci confezionati senza panna e crema, con elenco ingredienti e data di scadenza ben indicate. Non ci piacciono forse tanto, ma sono le regole e noi le rispettiamo perché siamo bravi ragazzi.
Provo a spiegarglielo ma D. sembra abbastanza indifferente.
Poi sorride e dice "Il succo di frutta era buonissimo!" Bene. Almeno quello.
E se ne va verso la sua cameretta canticchiando "Tu gli piaci ciuf ciuf!"

venerdì 14 gennaio 2011

La poesia dei ritorni


I primi ricordi della vita sono ricordi visivi. La vita, nel ricordo, diventa un film muto. Tutti noi abbiamo nella mente un'immagine che è la prima, o tra le prime, della nostra vita. (...) Ti faccio un esempio, Gennariello, che a te napoletano suonerà esotico. La prima immagine della mia vita è una tenda, bianca, trasparente, che pende, credo immobile, da una finestra che dà su un vicolo piuttosto triste e scuro. Quella tenda mi terrorizza e mi angoscia: non come qualcosa di minaccioso o sgradevole, ma come qualcosa di cosmico. (...) Ciò che mi ha detto e insegnato quella tenda non ammetteva (e non ammette) repliche.
(P. Pasolini, "Gennariello")
Ogni volta che torno dalla Sicilia, subisco una specie di jet lag. E non c'entra l'escursione termica, la latitudine, passare dal mare alle Alpi. E' una specie di jet lag dell'anima, un jet lag interiore. Ma mi guardo bene dal pubblicizzarlo, ne parlo solo tra noi pochi, qui sotto il tavolo. Non vorrei che qualcuno si sognasse di dare consigli o prescrizioni per superarlo rapido e indolore.
A me questo stato sospeso della coscienza, questa forma dolce e sottile di malinconia, è utile. E' come un paracadute per tornare al presente.
Perché la Sicilia è la terra di A. Il paesaggio che scorre rapido fuori dal finestrino e i palazzi scuri del centro quando passeggiamo per via Etnea sono il panorama in cui ha è nato, ha camminato, corso, in cui è vissuto nella sua vita prima di me. E io la respiro e mi restituisce un A. che posso solo immaginare.

martedì 11 gennaio 2011

Qui e ora


"Nessuno, saggio o sciocco, giovane o vecchio, può sfuggire alla morte. Per questo il mio unico desiderio fu di risolvere questo eterno mistero. Il resto era secondario."
(Nichiren Daishonin)
Mi piace immaginare che una persona anziana possa riflettere sulla morte senza angoscia, ma abbracciando idealmente tutti quelli che rimangono e consegnando loro quel che ha compreso negli anni in cui ha vissuto.
Clint Eastwood mi ha regalato questo sogno.
Firma un film che sceglie il tema dei temi e imprime alla pellicola la leggerezza e la profondità di chi non rifugge gli interrogativi dolorosi ma conserva la lucidità di essere pienamente nel presente.
Il film è un caleidoscopio dell'umanità, le perline colorate si compongono per mostrarci tante esistenze e il loro combinarsi nel dolore e nella salvezza.
George (un Matt Damon bravo come mai) che sembra condannato negli spazi angusti della sua casa e Marie che lo sembra perché invece si trova all'aperto, senza riparo possibile. Un bambino condannato a essere sempre la metà di qualcosa perché il suo gemello è morto in un incidente stradale.
E gli altri personaggi ci raccontano la speranza del dialogo, della redenzione, l'incapacità di rassegnarsi a lasciare andare quello che è stato. Tra loro Melanie la cui mancata storia d'amore con George è una delle parti più notevoli del film.
Impressionante la sequenza iniziale che ci sorprende e ci trascina senza risparmiarci nel vortice dell'imprevisto.
Riguardo al finale, la sequenza alla fiera del libro è un po' forzata, ma la scena nella galleria continuo a difenderla, nonostante mi sia costata qualche discussione.
George smette di vedere il passato degli altri e inizia a vedere il suo futuro colorato, nitido, emozionante evidenziato a ragione da una scelta fotografica laccata.
Il senso del film mi sembra racchiuso nella telefonata del bambino: ci ricorda che possiamo solo immaginare cosa c'è oltre la soglia, ma che al di qua c'è un presente da vivere.

giovedì 30 dicembre 2010

C'è critico e critico



Ho rivisto da poco "Ratatouille" e la recensione di Ego è uno dei momenti più alti del film.
Il giorno dopo ho letto il bellissimo ritratto di Roberto Mariani contenuto in "Artisti, pazzi e criminali" di Osvaldo Soriano.
Anche sulla vita di Mariani, poeta e narratore, la figura del critico, in particolare di un tale Avelino Castro, ha gettato la sua ombra. Racconta Soriano che Mariani raccoglieva in un quaderno tutte le recensioni che lo riguardavano anche per l'idiozia di cui le stesse erano un campionario.
(Non per questo non ne soffriva.) Ecco qualche passo.

"In un brano del racconto di Mariani si legge:

Quando Muguette tentò di serrarlo alla sua riva, di legarlo di più alla civettuola garconniere (...)
il paragrafo infiammò l'erudizione di Castro, il quale puntualizza nella sua critica:

Non riusciamo a spiegarci cosa intende dire l'autore, quando scrive che Muguette tentò di serrarlo alla sua riva, perché Muguette, essendo donna, non poteva essere mare, quindi avere sponde.

Quanto a un paragrafo che dice:
L'assenza di Muguette riempì il margine bianco della sua vita
Castro annota:
Se il margine era bianco, è chiaro che venne riempito. Se venne riempito, non era più bianco. Quello che non viene scritto non sta scritto. Sono verità lapalissiane."
Poi c'è una persona che, ai tempi della Scuola Holden, ci ha stregato con l'arte della critica cinematografica mostrandoci come può essere la più elevata forma d'amore per un'opera, come la critica si fa filosofia, interpretazione del pensiero, disvela le forme dell'arte mostrandone i mille aspetti visibili solo all'occhio del mago. C'è chi l'opera la concepisce e chi la attraversa.
Questa persona si chiama Bruno Fornara.
Ed è uno di quei fortunati incontri che ti cambiano la vita.

sabato 25 dicembre 2010

Quattro o cinque cose che ho imparato

Questi primi giorni di vacanze sono stati utili quanto a insegnamenti:

- inutile vagheggiare di traslochi in altre latitudini, più calde, meno umide: i virus della scuola materna vanno fortissimo ovunque (ci giungono dati dal Lazio, dalla Puglia, dalla Sicilia)

- alle recite di Natale parteciperà sempre una piccola élite di superstiti, inutile distribuire le parti del copione. Più realistico mettere in scena un Beckett con due o tre personaggi. Meglio ancora un monologo (c'è sempre un Gastone, un fortunato fin dalla tenera età).

- Babbo Natale non si ammala mai, tira fuori delle risorse impensabili e trova sempre quello che cerca. Forse imbottisce le renne di antibiotici ma di fatto non sgarra.

- chi manda auguri a tutta la rubrica (e lo scopri perché è un ex o un amico che hai sempre chiamato Gigi e che invece nell'sms si firma con nome e cognome) non merita risposta. Gli auguri o si inviano sentiti o non si inviano.

- nelle vecchie riviste sepolte sotto la montagna delle nuove e riesumate per pulire i vetri o raccogliere gli scarti dei carciofi, ecc. si celano articoli interessantissimi che a una prima lettura erano sfuggiti. (ma le hai mai aperte certe riviste? così nuove, così intonse, così poco spiegazzate...suggeriscono di giorni in cui sono state ignorate)

- le richieste degli adulti a Babbo Natale sono più difficili da esaudire. Io per esempio vorrei solo andare al cinema con A. e per ora non siamo ancora riusciti...

(to be continued)

domenica 19 dicembre 2010

Dò i numeri

Ultimate, a forza di straordinari notturni davanti al portatile, due sceneggiature. In tre a scrivere, per fortuna. Una la persona che le dovrà leggere (così ci auguriamo, vedi post precedente).
Fuori -10 C. Dentro casa, 11° virus dell'anno che il puffo si è portato dall'asilo. Quattro la media delle ore di sonno per notte.
Quindici e quaranta l'ora di arrivo dell'aereo che domani porterà i nonni romani a Torino per le feste.
Tra cinque e sei le cose che dimentico di fare al giorno (speriamo di non dimenticare i nonni a Caselle).
Infinita la speranza di uscirne vivi.

martedì 14 dicembre 2010

S'io fosse

Negli ultimi giorni (abbastanza complessi da vivere o meglio da affrontare rimanendo vivi) mi sono trovata ogni tanto a fantasticare.
Come vorrei essere il pediatra di mio figlio che ho inseguito telefonicamente come non farei neanche con Christian Bale se ne avessi il numero
O l'elettricista che ci ha detto di svitare la lampadina e richiamarlo la settimana seguente. 
O il tecnico della caldaia che abbiamo implorato per settimane di venirsi a prendere questi 100 euro per il controllo annuale.
Come vorrei essere una di quelle persone che non soffriranno mai la sindrome da abbandono professionale.
Invece chi scrive storie è sempre lì a proporle o a giustificarle o a proteggerle. Spesso in difesa, mai in attacco. Conoscono sceneggiatori che non spengono il cellulare neanche la notte. Si sa mai che il produttore, colto da insonnia, venga folgorato dalla nostra idea. Bisogna farsi trovare pronti.

Il "come vorrei essere" mi ha riportato alla memoria una poesia studiata ai tempi del liceo.

S' i' fosse foco, arderei 'l mondo;
s' i' fosse vento, lo tempesterei;
s' i' fosse acqua, i' l'annegherei,
s' i' fosse Dio, mandereil' en profondo;
s' i' fosse papa, sare' allor giocondo,
ché tutt' i cristiani imbrigherei;
s' i' fosse 'mperator, sa' che farei?
a tutti mozzerei lo capo a tondo.
S' i' fosse morte, andarei da mio padre;
s' i' fosse vita, fuggirei da lui:
similmente farìa da mi' madre.
S' i' fosse Cecco, com' i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre,
e vecchie e laide lasserei altrui.
(Cecco Angiolieri 13°-14° secolo)


La leggo, sorrido e penso che la caldaia è importante, ma le parole anche.

domenica 12 dicembre 2010

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore


"E' molto bello quello che ha fatto per me ma vede io sono una donna come tante. Sudo, tossisco, ho la carie." (Film Blu)

Leggo sull'ultimo numero del Venerdì di Repubblica la risposta delirante di Natalia Aspesi a un'altrettanto delirante lettera di tale Marianna.
La rubrica si intitola Questioni di cuore e Marianna è una moglie pluritradita ma ancora al fianco del marito che ipotizza una bizzarra soluzione al problema tradimento. Una sorta di appello alla solidarietà femminile.
La Aspesi condivide appieno: "Sono certa che il giorno in cui le donne smetteranno di contendersi un uomo, l'uomo perderà la voglia di tradire. Credo che (non solo) gli uomini si eccitino a sentirsi contesi, si sentano importanti, messi in palio dal desiderio delle donne."
Evviva, trovata la soluzione.

Peccato che il ragionamento abbia solo un paio di falle:
1. l'idea (purtroppo spesso praticata) che gli uomini siano dei bambinoni, che stia a noi donne "governarli", indirizzarli, orientarli...un po' come si fa con i figli. (E poi ci diciamo stanche!) Idea che, neanche a dirlo, fa rabbrividire. Ben diverso sarebbe parlare di rivoluzione umana, di riscoperta della lealtà, della sincerità. Ma dovrebbe essere la persona in questione a scegliere e non chi lo ha sposato o chi lo intrattiene piacevolmente fuori di casa. In tal caso dovrebbe poi parlarsi di essere umano e non uomo. E così arriviamo al punto 2.
2. La soluzione della signora Marianna non tiene conto del fatto che non sono solo gli uomini a tradire. Mi spiace per tutti quelli che lo apprendessero solo ora, ma anche le donne tradiscono mariti e partner. Almeno la Aspesi questo lo fa intuire grazie a quella parentesi, ma lo ignora nel ragionamento. A questo punto la soluzione finale quale sarebbe? Due fronti di solidarietà maschile e femminile che non permettano a individui dell'altro sesso di parlare, telefonare, fare un viaggio di lavoro o prendere un caffè con il rispettivo marito/moglie?


Mi sembra quindi che dobbiamo fare un passo indietro e parlare della coppia.
Di quella cosa strana a cui si anela quando non la si ha (più le donne degli uomini, in verità) e che quando finalmente ci riguarda, ci fa esplorare l'intorno e sospirare. Della serie "ah se solo potessi".
E' la sensucht romantica, niente di nuovo, il desiderio di desiderare, il desiderio che per alimentarsi richiede di non essere mai soddisfatto.
E' quello che Woody Allen descrive meravigliosamente con una scena del suo ultimo film: Roy, sposato con Sally, passa ore e ore di inattività a rimirare dalla finestra la bella dirimpettaia.
Quando finalmente va a vivere dalla concupita vicina, gli capita di guardare sua moglie che si spoglia in quella che era la loro casa e, a questa distanza e a questo punto delle cose, Sally sembra desiderabile come non mai.
Tanto che Roy deve abbassare la tendina per non tentennare.

Io intanto aspetto con ansia American Life, l'ultimo film di Sam Mendes del quale il regista dice: "I protagonisti del mio film non sono due: sono un'unità. E il film non parla della sfida dello stare insieme. E' piuttosto la storia di una coppia che ha già deciso di affrontare unita le sfide del mondo."
Sceneggiatura di Dave Eggers e della sua compagna, Vendela Vida.
Grazie, abbiamo bisogno di aria nuova.

martedì 7 dicembre 2010

Luci e ombre

Qualche giorno fa ero con il puffo in uno di quei negozi tutti pieni di decorazioni natalizie. Quei trionfi del marketing decembrino tutti luci e colori. Sono belli, bellissimi.
Abbiamo comprato una pallina per l'albero. Il nostro albero è già pieno ma da quando c'è il puffo ogni Natale ne compriamo una nuova. Quest'anno l'ha scelta lui, è un Babbo Natale di lana con il cappello celeste attaccato a una pallina di metallo sempre celeste che suona come una campanella.
Il nostro albero è tutto rosso e oro ma si sa che i figli adempiono raramente le aspettative genitoriali.
Si comincia con le palline per l'albero, si continua con gli amici e poi la fidanzata...

Mentre ci avviavamo alle casse lui felice per il Babbo Natale celeste, io per averlo distolto da tutto il restante acquistabile, abbiamo incontrato il signore che abita due piani sopra di noi.
Da qualche tempo non è più cordiale come quando siamo arrivati qui. Nel mio egocentrismo, pensavo che fosse leghista e avesse scoperto le mie origini romane o peggio quelle siciliane della mia dolce metà. Oppure che i risvegli notturni e urlanti del puffo lo avessero disturbato oltre il limite.

Invece mentre le lucine e i colori caldi degli addobbi ci circondavano, mi è arrivata una doccia fredda.
"Che bello" mi ha detto riferendosi a D. "Noi abbiamo perso un nipote di sei anni per la leucemia, in primavera. E non viviamo più."
E io ho saputo dire solo "Mi dispiace, non lo sapevo".

Quando la sera mi ha beccato in cucina che piangevo, A. ha capito che siamo molto più indietro di quanto pensavamo.
Il lavoro di costruirsi una barriera protettiva rispetto al mondo, parliamo di questo.
A volte sembra andare meglio, invece poi scopriamo che è come tutti gli altri cantieri italiani. Siamo molto indietro.
Certo che lo so che muoiono tanti bambini, che ci sono le malattie, la fame e tutto il resto.
Ma gli occhi di un uomo con cui hai scambiato solo buongiorno e buonasera che si riempiono di lacrime davanti a te come puoi dimenticarli più?

Abbiamo collocato il Babbo Natale celeste su un ramo alto perché dice A. che, per un paradosso visivo, l'elemento dissonante va esposto perché si noti meno.
E penso di fare una crostata e regalarla al signore di due piani sopra. Non che una crostata possa fare nulla, ma è l'occasione per dirgli che se qualche volta vuole parlare o venire a giocare con D., noi siamo qui. E per dirgli quanto io abbia apprezzato il suo coraggio di mostrare il dolore che ha dentro.
Tra nastri e decori rischiavo di non vederlo.

venerdì 3 dicembre 2010

Grazie di tutto


L'ho visto al Festival di Venezia qualche anno fa.
Non sul parterre, girava tra la gente, stringeva mani.
Un'amica ha lavorato sul set de "Le rose del deserto" e raccontava che fosse l'unico non sconfitto dalle condizioni atmosferiche.
In un'intervista quando gli chiesero di inventare un possibile epitaffio per sé, rispose: "Non cedette mai a nessuna attrice".
E diceva che Oliveira era il suo cruccio perché, nonostante l'età, continuava a fare un film l'anno: "Se non muore, mi toccherà essere sempre secondo".
Grazie di tutto.

giovedì 2 dicembre 2010

Il gigante e il bambino

Penso che Philip Roth sia un grande. Il più grande? Non so, di certo ne ha pochi davanti. Quando leggi anche solo un paio di righe è tutto così perfetto che la scrittura sembra preesistere al suo autore, quelle parole così combinate sembrano essere naturali come una cascata, una roccia.
Che poi è quella naturalezza derivante dal lavoro di un gigante, quella semplicità frutto della complessità.
Ecco alcune righe tra le mie preferite di Roth:
"Il suo viso lungo e stretto era incorniciato da capelli fini, dritti e neri che le arrivavano alle spalle e un po' più giù, con un taglio che sembrava studiato apposta per nascondere qualche difetto sfigurante, ma certo non di natura fisica".

Oltre a questa battuta di dialogo, in cui peraltro mi guardo allo specchio:
"Io non sono un tattico. Sono un entusiasta."

Siamo ne "Il fantasma esce di scena", la battuta è pronunciata da Kliman, non da Zuckerman che è l'alter ego di Roth.
Infatti Roth non è un entusiasta. E' un uomo dalle grandi ossessioni: il sesso, la vecchiaia, la malattia.
E proprio di quest'ultima volevo parlare. Ultimamente ho preso di nuovo in mano i suoi romanzi, in particolare "Everyman" e, fatto salvo quanto dicevo per lo stile e l'economia di parole e l'efficacia che queste raggiungono, non ho condiviso più tanto la sua visione delle cose in cui prima, a dire il vero, sguazzavo.
Il malato che invidia la sicurezza del sano, la malattia come maledizione, la disperazione che sembra essere inevitabile man mano che si va avanti.

Da quando pratico e studio il buddismo e coltivo l'idea che il karma di ognuno è allo stesso tempo il percorso da compiere per completare la conoscenza dell'umano e la sfida da affrontare per trasformare i propri limiti, vivo meglio.
Guardo con più lucidità e comprensione anche alla storia della mia famiglia, noi che con il karma della salute non ci siamo andati proprio leggeri.
Guardo con ammirazione il puffo che nella sua istintività è molto vicino alla saggezza: quando è malato sta nella malattia e quando sta bene non spende neanche un minuto a lamentarsi di quel che è stato o a invidiare i bambini che sono andati al parco a fare i pupazzi di neve o a preoccuparsi di quello che sarà.
Certo non scrive come Roth, anzi non scrive proprio.
Ma in compenso parla ininterrottamente. Quasi sempre di cose belle.

venerdì 26 novembre 2010

La piccola G. e la Gelmini

G. e i suoi compagni hanno occupato la scuola.
Lo so perché G., figlia maggiore di una nostra amica, ha chiamato A. chiedendogli di andare a parlare loro di cinema.
A. è andato e mi ha raccontato che hanno iniziato con il cinema e sono finiti a parlare della scuola, di loro, di come lottare per quello che si vuole.

Penso a G. così minuta e così determinata che dorme in quella scuola. Chissà com'è la scuola di notte...
-Ma c'è qualche bidello lì con loro? C'è qualcuno che sorveglia l'ingresso, che nessuno gli faccia del male?
- Sì, c'è un bidello che vive proprio lì nella scuola.
(a casa nostra diciamo ancora "bidelli" ma li stimiamo al pari degli insegnanti. I giri di parole li lasciamo a quelli così ossessionati dal trovare la formula linguistica giusta che si dimenticano di salutarli).

I racconti di A. su questi ragazzi mi fanno tornare in mente cose a cui non pensavo da tempo: i viaggi in treno con A. la mia amica del cuore per raggiungere piazza Esedra punto di partenza di tutte le manifestazioni, Cofferati che sembrava dovesse essere il nuovo Berlinguer,  il corso di cinema durante l'autogestione in cui scoprii "Arancia meccanica", "The doors" e altri film disapprovati dagli adulti, i 24 chilometri della marcia della pace Perugia-Assisi, lo striscione che indossavamo io e le mie amiche (ci mettemmo tutta una notte a colorarlo) e che recitava PACE: UNICA ARMA INTELLIGENTE, lo sguardo di mia mamma che ogni volta che uscivo di casa mi guardava come se non dovessi tornare più ma mi mandava sempre, il suono dei bonghi, i piedi che alla fine facevano un male..

Stamattina, compro il giornale e leggo:
Gli studenti fermano la riforma. Slitta l'approvazione della legge Gelmini.

mercoledì 24 novembre 2010

I doni della morte e i doni di Natale


Harry Potter e i doni della morte è stato un po' il mio film di Natale.
Lungi da me cinepanettoni e facsimili (posso vantarmi di non averne mai visto uno) , i miei film di Natale sono stati fino a una certa età i film Disney.
Io ero la piccola della famiglia e il film era un regalo ulteriore per me e mia sorella.
Ricordo benissimo Il libro della giungla, che deve essere stata la mia prima volta al cinema.
Poi un Natale, sono stata io ad accompagnare il  mio cuginetto A. Era Il re Leone ed ero diventata grande.
Il film di Natale è quel film che quando lo guardo dimentico di aver dedicato gli ultimi otto anni a studiare cinema e narrazione.
Mi siedo e sprofondo in quell'universo fantastico e torno bambina e potrei non tornare più.
A me Harry Potter piace, è sempre piaciuto. Penso che alla Rowling si debba riconoscere il merito di aver affascinato metà pianeta con il suo personalissimo immaginario. Per me la Rowling è una grandissima soggettista, come scrittrice non potrei giudicarla perché confesso di non aver letto la saga. L'ho vista tutta al cinema. Dai commenti che ho sentito, forsei dovrei leggere quest'ultimo. Ma anni fa, iniziai il primo volume, prestatomi da U. che allora era un bimbo divoratore di libri, e non mi piacque. Trovai lo stile molto piatto.
Potrei rispolverare il tutto tra un po' perché a D. piacerebbe. D. non si addormenta senza storia, non più.
Comunque, tornando a Harry, ho trascorso due ore e mezzo meravigliose .
Poi, uscita dal cinema, tra il freddo e le luci di corso Belgio, sono tornata grande.
E con l'età adulta, sono tornati gli studi, le nozioni, l'esperienza ed è vero che molte cose non stanno su.
E' del tutto casuale che la spada sia proprio in fondo a quel lago, è assurdo che catturino Harry Potter e nonostante la cicatrice sulla fronte e gli amici a cui si accompagna (i soliti due) dubitino così a lungo che sia lui tanto da farlo scappare, è inverosimile che Albus Silente possedesse uno dei doni della morte, la bacchetta più potente al mondo e sia morto in quello scontro...
ma è il mio film di Natale e non ci voglio pensare troppo su.

PS. anche mia mamma ha i suoi film di Natale. Sono quelli ambientati nelle grandi metropoli USA con il barbone che alla fine si capisce, o meglio si sa, che è Babbo Natale. Mentre li guarda la vedi di nuovo bambina come nelle foto, poi torna alla realtà (o forse no) e va a comprare un nuovo addobbo per l'albero.

sabato 20 novembre 2010

Umarells rule

Il mio amico G. (che ha rinnovato il sito, vi invito a visitarlo http://www.gughifassino.it/) mi parlava degli umarells.

Gli umarells, il termine è bolognese, sono quei vecchini che non hanno granché da fare, escono di casa perché presumibilmente le mogli li esortano a farlo, e così li ritrovi un po' dappertutto. Seduti ai tavolini del bar, in fila alla posta, in piccoli capannelli al parco. Molto spesso, in piedi ai bordi di un cantiere a commentare i lavori in corso.
Se non parlano di come andrebbe ricostruito il manto stradale, parlano della pensione (beati loro che ne vedono una), degli allenatori di calcio, dei bei tempi andati.
Sono tanti, caratterizzano così bene il nostro paese che ci vorrebbero delle piccole riproduzioni sui banchetti dei souvenir, tra il Colosseo e il Ponte dei Sospiri.
Sono tanti ma ne ricordo due in particolare.

Un umarell seduto su una panchina, quest'estate all'Isola d'Elba. Conversava con una signora di qualche anno più giovane, una nonna in vacanza a seguito della famiglia. A un tratto il signore si è alzato ha preso la busta del pane e ha detto:
"Mi ha fatto molto piacere conoscerla, parlerei con lei tutta la giornata ma mia moglie mi aspetta per il pranzo alle 12.30. Non voglio farla preoccupare".
Ha sollevato di poco il cappello e si è incamminato sorridente sul grande viale alberato verso casa.
Galante e fedele, ne ho intravisto la vita.

Un altro umarell invece risale a qualche anno fa. Sedeva dietro di me all'Olimpico di Torino. Toro-Catania. Noi, o meglio A. e L., i due siciliani a cui mi accompagno, tifano Catania. Dopo non molto si capisce che non siamo torinisti anche perché L., attrice focosa, non contiene le reazioni al goal avversario.
Nessuno degli umarells che ci circondano ci fa notare che non siamo proprio graditi, che dovremmo sedere in un'altra zona dell'anello.
Quello dietro di me, quando l'arbitro cade in evidente errore, si alza e grida: "Somaro!".
Io che di Olimpico ne conosco un altro, rimango allibita dall'elegante imprecazione.
Non c'è niente da fare, gli umarells hanno stile.

Clicca qui per vedere
Umarells on film

venerdì 19 novembre 2010

Carpe film

Leggo su una rivista che il giovane attore Nicolas Vaporidis è ossessionato dall'idea della morte, in particolare dal pensiero del suo funerale.
Ma io mi chiedo: un individuo così preoccupato della sua finitezza umana non potrebbe cercare di fare film un po' migliori finché ha tempo?