giovedì 27 maggio 2010

Il dialogo, questo sconosciuto

Nel numero scorso de “Il venerdì di Repubblica” leggo una lettera nella rubrica di posta di Michele Serra. Il mittente è un madrelingua inglese, abitante in Italia, che descrive la rilassatezza da cui è stato colto quando una sera ha cambiato canale e da una puntata di Annozero (in cui urlavano tutti, compreso Santoro) è passato a un pacato dibattito tra David Cameron, Gordon Brown e Nick Clegg sulla BBC.

Beato lui, non ho fatto quest’esperienza ma immagino la si possa descrivere così: le orecchie si riposano, il cervello può assorbire le informazioni ed elaborarle, ci si sente parte della società civile (aggettivo usato non a caso).

C’è una natura dei popoli da cui non si può prescindere.
Banalmente, un italiano parlando gesticolerà sempre più di un norvegese (e un siciliano più di un piemontese), così come uno spagnolo avrà meno problemi a invitarti a fare baldoria a casa sua rispetto a un tedesco ma ne avrà di più a mettersi diligentemente in coda allo sportello.

Questa natura, insieme all’intreccio delle vicende storiche, alle condizioni economiche, al clima, alla posizione geografica, condiziona le istituzioni e i prodotti culturali dei vari popoli, come teorizzava autorevolmente Montesquieu nella sua opera "Lo spirito delle leggi" (1748).

Ci sono però cose che esulano dal folclore e dall’etnologia e che riguardano piuttosto l’etica, il rigore morale che rende gli uomini e donne tali, dovunque essi siano nati: il rispetto per l’altro e l’ascolto. La certezza che sia la validità dell’argomentazione, e non il volume della voce, la carta vincente in qualunque confronto.

Sempre Michele Serra, in una sua “Amaca” di qualche mese fa, notava come la modalità comunicativa prevalente nei dibattiti televisivi sia ripetere lo stesso incipit di una frase, senza mai stancarsi e meglio se a tono sempre più alto, finché l’interlocutore (ma a questo punto meglio definirlo avversario, se non addirittura nemico per la rabbia che trasuda dallo scontro verbale) sfinito non si getta sullo schienale del suo sedile, come un pugile che non riuscendo più a rialzarsi può essere definito k.o.

Un certo debole per l’aggressività e le voci stentoree, preferibilmente provenienti da balconi, gli italiani l’hanno già pagato a caro prezzo.

Speriamo stavolta di correggere la rotta in tempo utile.

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