Tornata da un viaggio (prima del previsto per bronchite asmatica del puffo ma dice C. che è per questo e non per bigottismo che le religioni prescrivono nozze e luna di miele prima della figliolanza).
Un viaggio per lo più “gomma su asfalto” che è quello che preferisco. E per buona parte della strada ho incontrato uomini al lavoro, men at work così li indicano le segnaletiche elettroniche qualche chilometro prima.
Mentre con il mio neo-marito ingaggiavamo una gara a chi ricordava da quanti anni ci sono i lavori su quel tratto o quell’altro, mi tornava a galla un sentimento antico. Una specie di affetto profondo per quegli omini in tuta arancione e casco (alcuni, altri non lo indossano, hanno capigliature spettinate dal vento delle autostrade) che trivellano, spalano, discutono, a volte siedono ai bordi dell’autostrada. Da dove nasce quest’affetto?
Forse dall’intima certezza che il prolungarsi dei lavori non dipende da loro ma da persone molto più in alto che probabilmente siedono negli uffici con l’aria condizionata. E così li vedo come soldatini in trincea mentre i comandanti dormono tranquilli nel quartier generale.
Forse perché mi è accaduto spesso di condividere la loro condizione esistenziale: con il nulla intorno e gente di passaggio a sfiorarti.
Un giorno partirò da Bolzano, percorrerò l’Italia intera, fino alla punta più estrema, e li abbraccerò tutti.
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