sabato 1 maggio 2010

Life during wartime

- Il mondo là fuori può essere duro
- Che cazzo ne sai tu del mondo là fuori che io non sappia meglio? Il nemico il più delle volte è dentro.

Sono andata a vedere Life during wartime. Il titolo ha una traduzione italiana che è Perdona e dimentica. E qui si potrebbe aprire una lunga polemica contro le traduzioni dei titoli di film in italiano, ma mi tratterrò. Fatta eccezione per questo post, in ogni altro scriverò sempre e solo il titolo originale finché non ne troverò uno tradotto in modo soddisfacente.

Perdona e dimentica, con una locandina che favorisce il malinteso, ovvero che si tratti di un film un po’ gigione di confidenze tra donne, attira di domenica pomeriggio un numero incredibile di ultrasessantenni (uomini e donne) benestanti, con stole ricamate e giacche firmate. Sono reduci dal pranzo domenicale, soddisfatti, edonisti quel tanto che li fa essere qui e non in coda per vedere la Sindone.

Io sprofondo nel mio posto un po’ basita e un po’ divertita da quanto succederà. Perché Life during wartime è l’ultimo film di Todd Solondz, il regista di Happiness. Chi l’ha visto sa di cosa parliamo. Chi non l’ha visto, forse avrà letto che il regista è stato accusato di essere un pedofilo, pervertito e quant’altro perché parla di pedofilia, perversione e quant’altro. Si cancella così l’esistenza di un filtro tra la vita e l’arte e si ignora colpevolmente il fatto che si riesce a raccontare bene (e quindi in modo utile) solo da una certa distanza. Tutto ciò mi inquieta e mi fa empatizzare con Solondz. Poi c’è questa platea così singolare. Staremo a vedere.

E quello che succede è che le storie sono sempre molto dure, sfociano nella  disperazione, nella disfatta, nella perdita di ogni senso. Ci sono delle battute che strappano il sorriso amaro. E invece ai miei vicini di posto, ma no, in realtà a tutta la sala, strappano grasse risate divertite.
La bambina urla dal bagno alla mamma che è finito il suo Xanax e la mamma le risponde ad alta voce di prendere allora metà compressa di Prozac e giù tutti a ridere.
Quindi in sostanza, si può vedere quello che si vuole vedere. Il destinatario dell'atto comunicativo che contribuisce a costruirlo, come teorizza Eco, qui addirittura si alza in piedi e fagocita l'autore per vomitare quello che si addice al suo stato d'animo domenicale. Incredibile.

Comunque il film mi è piaciuto (meno di Happiness), il titolo originale è parte della sua bellezza. La nostra è ancora vita in tempi di guerra, anche se di guerra altra. Contro l’incomprensione, l’assenza, le soluzioni facili, l’oscurità che ci abita, la mancanza di responsabilità. Sono tra quelli che coltivano grandi speranze per noi tutti ma riconosco che ogni rivoluzione non può che partire da una denuncia spietata dello status quo. Straordinaria per interpretazione e dialoghi la sequenza con Charlotte Rampling.

Nessun commento:

Posta un commento