lunedì 6 settembre 2010

E noi eleggiamo Cota


Ieri a casa di amici in campagna ho conosciuto due bambini speciali.
Che C., il primo dei due, non fosse italiano l'ho capito - ancor prima che dalla pronuncia dura di alcune consonanti - dal fatto che non ha strappato via i suoi giocattoli dalle mani di mio figlio.
Era felice, è andato a prenderne altri per farlo divertire.
E quando gli ho suggerito che la mazza da baseball che diceva di cercare era molto probabilmente quella che mio figlio brandiva in aria contro invisibili nemici, ha fatto spallucce.
Io e C. abbiamo giocato a calcio in cortile mentre mi confidava: "io non mollo mai".
C. ha sei anni, è rumeno e non è il primo che conosco.
Non mollano mai, verissimo. Sono tenaci, volenterosi. Sorridono spesso come se il sorriso fosse la cosa che più gli è mancata.

Il secondo bimbo conosciuto ieri, G. J., di anni ne ha tre.
I suoi genitori sono di religione sikh e, per tradizione, G.J. porta i capelli lunghi raccolti in una treccia fissata sulla sommità della testa a formare un piccolo chignon.
Mi è stato raccontato dai nostri amici che questa pettinatura per noi inusuale ha turbato a tal punto le mamme dei suoi compagni dell'asilo nido che hanno montato su un casino con le maestre sostenendo che l'olio aromatico usato per l'acconciatura causava allergie ai figli.
G. J. è stato messo in disparte dagli amichetti i quali, senza l'intervento dei genitori, avrebbero convissuto in pace con un bimbo che ama il pallone e Spiderman come loro.
G.J. ha sviluppato una forte personalità e una grande empatia. Ha stretto la mano a mio marito per presentarsi e ha asciugato le lacrime a mio figlio che piangeva per una disputa di gioco. La sua pediatra dice che di bambini così speciali ne avrà incontrati due in tutta la carriera.

Oggi poi ho visto "Welcome" e vorrei scrivere qualcosa ma non riesco. Vedetelo e fatelo vedere.
Grazie.

2 commenti:

  1. E poi c'è M., figlio di genitori marocchini, che io ho conosciuto nelle case occupate di Ostia, con due occhi furbissimi, e che parlava in romanaccio e sognava di giocare nella Roma. C'è R. che ho conosciuto in una scuola della provincia romana e che a tredici anni lucida e fredda diceva "non mi mettono da parte perhè sono romena, ma perchè sono brutta". E c'è A. il primo della classe perchè "tanto con me non vuole uscire nessuno e allora mi metto a studiare". E ci sono anche P. e C. che in Italia ci vengono solo un paio di mesi l'anno e per il resto stanno in Cina con la nonna, lontani dalla mamma e dal papà, anche se hanno solo 3 e 4 anni "perchè mica posso farli vivere in un negozio". E tanti, tanti altri che ho incontrato sulla mia strada e che non voglio scordare.
    Sono andata di là, mia figlia dorme nel suo lettino, vorrei svegliarla per dirle di non riunciare mai alla complessità del mondo. Di non semplificarlo con dicotomie banali come "Noi-loro". Di non pensare di poter capire un uomo dal colore della pelle o da una pettinatura. Che il segreto è tutto lì, nella complessità. Ma soprattutto vorrei svegliarla per dirle di non votare Cota.

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  2. che film. e io sono proprio come il protagonista! anch'io penserei di poter attraversare la manica d'inverno per raggiungere la ragazza che amo. a volte mi faccio pena per questa malattia che ho, per questo controproducente idealismo romantico, per questa disabilità alla realtà, per questo essere così disattato, disfunzionale, antiutilitarista. poi però ripenso a come chiude de andrè la sua 'ballata dell'amore cieco o della vanità':

    'ma lei fu presa da sgomento
    quando lo vide morir contento.

    Morir contento e innamorato
    quando a lei niente era restato
    non il suo amore non il suo bene
    ma solo il sangue secco delle sue vene'.

    e mi consolo, mi infilo la muta, e sono pronto a riprovarci.

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