Anni fa, quando ero una studentessa universitaria, per l’esame di Tecniche del linguaggio pubblicitario, preparai una tesina sulla figura femminile nella pubblicità.
Non peccai di originalità, vero, ma oggi farei lo stesso, solo che la mia tesina avrebbe il doppio delle pagine.
Credevamo di aver visto di tutto e c’è sempre altro che ti può stupire.
In questi giorni mi è capitato di vedere locandine di una promozione Tim in cui Belen Rodriguez mostra il cellulare in tutte le posizioni possibili (in mezzo alle tette, sopra il culo, in mezzo alle cosce e scusate la volgarità ma non è che le foto siano da meno) suggerendo usi alternativi dell’oggetto in questione che in parte rasserenano chi si chiedeva perché si dovesse spendere così tanto solo per telefonare.
La chicca è il claim “Io sto con Tim e tu?”.
No, cocca tu stai con Fabrizio Corona pluri-indagato di cui si è già parlato in un post, io sto con chi mi pare ma, detto da donna a donna, anzi da donna a dea, siamo nel 2010 e le donne per valere, oltre a usare shampi Loreal come insegnano le tue colleghe, non devono stare con qualcuno. Devono fare. Realizzare sogni, creare lavori e relazioni di valore. Fare non stare. Essere non avere, come diceva Erich Fromm.
Tornando agli anni universitari, la mia professoressa di antropologia, Gioia Di Cristofaro Longo, curò una pubblicazione intitolata “La donna dei media” nata da una sinergia tra la Presidenza del Consiglio dei Ministri e la Commissione nazionale per la parità e le pari opportunità.
Quando sfogliai quelle pagine mi sentii sollevata: non ero la sola, c’erano altre persone che si indignavano e che mettevano la loro competenza tecnica di sociologi e antropologi al servizio di ricerche che avrebbero migliorato la vita di noi tutti.
Ed è avvilente accorgersi oggi che non c’è stato alcun ravvedimento da parte dei pubblicitari.
Vorrei, per esigenza di verità, chiarire la mia idea di corpo: non penso che ci si debba vergognare di averne uno, penso che lo si possa esporre dando piacere a se stessi e agli altri, penso che però si debba essere onesti.
La pornografia è una cosa, tentare di vendere silicone sigillante è un’altra.
Così come mi indignerei se durante un film hard cercassero di vendermi il divano, mi indigno perché trovo disonesto svilire il corpo per esigenze puramente commerciali.
Ho sempre pensato che la bellezza sia un valore perché ci fa vivere un po’ dell’assoluto a cui sempre tendiamo senza poterlo raggiungere. La bellezza della pubblicità invece è uno schema, come sostiene la Mereu. È una trappola per farti sentire inadeguato a tal punto che apri il portafoglio e compri qualsiasi cosa possa metterti un po’ più a tuo agio.
E tutto questo è profondamente disonesto.
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