sabato 5 giugno 2010

L'intuizione di Andy

I più affezionati ricorderanno che in uno dei miei primi post (aprile 2010) mi chiedevo cosa fosse Facebook, cosa fosse realmente, al di là dell'etichetta "social network" che dice ben poco.

Ebbene qualche tempo dopo La Repubblica ha dedicato tre pagine a rispondere al mio interrogativo. Della serie "basta chiedere e poi aspettare".
Nel quotidiano datato 21 maggio Vittorio Zucconi scrive di Facebook come del "più grande laboratorio del mondo" in cui "tutti sono insieme partecipanti e porcellini d'India" ossia cavie sulle quali sperimentare strategie di marketing sempre più raffinate.
"C'è chi si chiede se siamo di fronte a un nuovo Grande Fratello", recita l'occhiello.

Mi convince. Ma la teoria del complotto (di cui sono convinta portavoce e che prima o poi illustrerò nel dettaglio) non esaurisce il discorso, a mio parere.
Vale la pena andare più in fondo e oltre alle multinazionali chiamare in causa noi stessi e Andy Wharol.

Se Facebook è diventato il più grande depositario al mondo di immagini fotografiche è perché nessuno, neanche i più schivi, sanno rinunciare alla tentazione di mettersi al centro dell'attenzione, di mostrarsi.
IL nuovo Grande fratello (quello televisivo ma anche tutte le sue forme derivate e ancora più subdole) rispetto al Grande Fratello di orwelliana memoria ha dalla sua che le vittime si espongono volontariamente e con contentezza.
Il famoso quarto d'ora di notorietà si è ridotto ai dieci secondi che occorrono per un click ma meglio dieci secondi di niente.
E meglio 300 amici virtuali di un amico in carne e ossa che non sorride mai come nella foto del profilo e che qualche volta ha bisogno di noi.
O sbaglio?

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