Il tavolo è loro. Là sopra si riuniscono, stringono mani e affari, sorridono insinceri. Sotto il tavolo è il nostro posto, il posto di noi che a quest'ora dovremmo essere già a letto.
mercoledì 23 giugno 2010
"Le parole sono importanti!" (N. Moretti)
Qualcuno trova divertente la mia ossessione per le parole. Anch’io sorrido quando me la si fa notare, per il resto del tempo mi diverto molto aprendo il dizionario e riflettendo sui vocaboli che uso di più, che uso meno, che usano molto gli altri, che leggo nelle pubblicità, nei libri, nei quotidiani…insomma in testa è tutto un frullare.
Ecco, in questo post dichiaro aperta la mia battaglia contro due parole: peccato e colpa.
Sulla prima credo di aver avuto la meglio, l’ho quasi completamente abolita. Sopravvive solo in qualche rara esclamazione (“Che peccato!”) ma non mi crea alcun problema affermare che nella vita ho commesso sbagli su cui riflettere e non peccati da confessare a qualcuno.
La seconda mi dà più filo da torcere. Mi esce dalla bocca mio malgrado.
Ieri, ad esempio, ero nel parco che spingevo il mio puffo sull’altalena. A un tratto una bimba più piccola ha iniziato a camminare verso di noi e, con un’accelerata imprevedibile che riesce solo a quell’età, in pochi istanti era esattamente sulla traiettoria descritta dall’altalena di mio figlio. Lui, di spalle, guardava il cielo dal punto più alto raggiunto, lei stava per essere colpita con esattezza scientifica, come un birillo da una palla lanciata con sapienza su una pista oliata al punto giusto.
Non potendo agire su di lui, ho abbracciato lei e l’ho portata fuori dalla traiettoria. Quando ho allentato la presa, lei ha ricominciato a camminare come non fosse successo niente.
A me, che avevo il cuore in gola, è venuto spontaneo comunicare a mio figlio che mi sarei riposata un attimo perché mi ero spaventata da morire: Sophie aveva appena rischiato di brutto. Al che lui mi ha detto “Scusa, mamma” e io “Non è colpa tua”. E lui “E’ colpa della bimba?”.
È stato allora che la parola colpa mi è apparsa più stupida che mai.
Era colpa di Sophie che semplicemente sperimentava il movimento? Era colpa mia che avevo sottovalutato le accelerate di quell’età? Era colpa della tata rumena che, distratta dall’aver trovato in una nonna lì presente una connazionale, scambiava due chiacchiere in lingua madre e serenità?
Non voglio più usare la parola colpa, voglio sostituirla con causa.
Penso che restituisca meglio l’accadere delle cose. Credo parli più esattamente del modo in cui si intrecciano gli eventi. Toglie morbosità, restituisce chiarezza.
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