mercoledì 22 settembre 2010

Made in Japan



Il mio amico F., grande appassionato di Giappone, a cui va il merito di avermi introdotto nell'universo di Murakami Haruki, mi ha prestato un fumetto di Katsuhiro Otomo: "Domu" (trad. con "Sogni di bambini")


Dopo averlo finito, leggo nella quarta di copertina che Otomo l'ha realizzato nel 1980 (molto prima di tanto cinema e narrativa in cui si parla di telecinesi e poteri paranormali) e rimango allibita.

Domu ha - meritatamente - ottenuto lo Science Fiction Grand Prix Award, premio mai assegnato prima ad un fumetto.
E' un fumetto per adulti che racconta la disperazione, la violenza e l'anomia con una forza che stenti a credere possibile per le immagini statiche di una pagina stampata.

Mi è capitato recentemente di confrontarmi con amici sulla cosiddetta "questione giapponese": i cartoni made in Japan che guardavamo da bambini erano irresistibili sì, ma anche innegabilmente violenti e non particolarmente educativi.
Quello che abbiamo ignorato per anni è che in Giappone il linguaggio "fumetto" o "cartone animato" può avere target diversi, dall'infanzia all'età adulta passando per le fasce intermedie.
L'ignoranza della dirigenza televisiva italiana che si occupava di programmazione e palinsesti negli anni '80 ha fatto sì che, mentre i genitori ci spedivano alle nove a letto per evitare visioni inadatte, noi avevamo già fatto il pieno di violenza e suggestioni sessuali nel pomeriggio.
Non è da trascurare anche la diversa idea di infanzia che le culture elaborano. Leggevo in "Anime violente":
"A proposito degli scenari postnucleari e della presenza costante dell'elemento distruzione di massa nelle opere nipponiche, va ricordato che il Giappone è l'unico paese ad aver conosciuto l'orrore e le conseguenze di un attacco nucleare sulle proprie città. (...) Non stupisce, quindi, che ai bambini venga insegnato, piuttosto velocemente, che il mondo esterno non è sempre bello, dolce e spensierato."
(da "Con gli occhi a mandorla. Sguardi sul Giappone dei cartoon e dei fumetti", ed. Tunué)

L' interessante adesso è recuperare tutto quello che abbiamo perso o che abbiamo visto senza avere gli strumenti.
E' riflettere su chi erano veramente i violenti.

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